17° Imola Film Festival

Trilogia

Pusher

Denmark 1996, 105’
Regia / Direction: Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura / Screenplay: Nicolas Winding Refn, Jens Dahl
Produttore / Producer: Henrik Danstrup
Interpreti / Cast: Mads Mikkelsen, Kim Bodnia, Zlato Buric
Fotografia / Cinematography: Morten Sǿborg
Scenografia / Art Director: Kim Lǿvestand Julebǽk
Montaggio / Editor: Anne Ǿsterud
Suono / Sound: Peter Schultz
Produzione / Producer Company: Balboa Enterprise


Frank è uno spacciatore di droga in attività, fino a quando per un grosso affare andato male – un carico non pagato –, viene arrestato dalla polizia. L’uomo riesce a scaricare la droga in un lago ma le complicazioni non sono finite, visto il mucchio di soldi dovuti al fornitore, il boss serbo Milo (di certo non un bel tipo con cui avere a che fare). Seguiamo allora Frank negli infernali bassifondi di Copenhagen alla ricerca del denaro.

“Da giovane ero molto interessato ai film di genere, poi ho scoperto le pellicole d’essai, tornando infine al cinema di genere. Il film che mi ha spinto a fare cinema è stato Non aprite quella porta, con cui ho capito che il cinema era una forma d’arte. L’ho visto come un’espressione indipendente dell’uso del mezzo cinematografico come strumento artistico. Il primo film che ho visto in assoluto è stato Città amara, all’età di cinque anni. Credo che quel film sia molto radicato nel mio costante tendere al realismo. A nove anni, quando ho visto Mean Streets, ho capito come utilizzare la musica in un film.”  (NWR)

Frank is a drug pusher on the roll, until he makes a huge deal with dope that he hasn't payed for, and he gets busted by the police. He manages to dump the dope in a nearby lake, but he owes his supplier a lot of money: and the Serbian boss Milo is not definitely a nice guy to owe money. Now we follow Frank in his quest to raise money in the underworld of Copenhagen. “When I was younger, I was very much into genre films, and then I discovered art house films, and then I went back to genre films. The film that made me want to make films in general was The Texas Chainsaw Massacre because that’s when I first realized that film was an art form. I saw it as an independent expression using the film medium as an artistic tool. The first film I ever saw was Fat City, when I was five. I think that one is very much rooted in my constant approach to realism. In Mean Streets, when I was nine, I saw how you could use music in film.”  (NWR)

Winding Refn, appassionato di film di genere (a 9 anni scopre Non aprite quella porta di Tobe Hooper), reinterpreta magistralmente il mito del cinema gangster noir americano, ambientandolo nei meandri e nei bassifondi di Copenhagen. Girato in ordine cronologico, spesso con camera a mano e luce insufficiente, il neorealismo registico e attoriale (molti degli attori minori appartengono realmente alla malavita danese) nulla toglie alle regole della classica crime-story e al rispetto severo e magistrale delle unità di spazio, azione e tempo: nulla viene dato in più del necessario, tutto converge in un crescendo secco, gelido, preciso e pungente.
Pusher (come i suoi sequel) si apre con l'esibizione dei suoi personaggi. Su fondo nero e musica martellante, emergendo da un nulla quasi atavico e ancestrale, compaiono a uno a uno i protagonisti: mostrando di se stessi solo il volto inespressivo accompagnato dal nome. Qui lo stile coincide col contenuto: perché i personaggi di Refn vogliono introdursi allo spettatore come figure antiche e sempre attuali, come icone e rappresentazioni del genere umano nelle sue più rabbrividenti sfumature. Perché dentro la Copenhagen oscura e malata di Refn scopriamo criminali che, al pari dei grandi Scarface (ma sicuramente l'origine è in Macbeth), ci interessano per la loro umanità, per la loro mai banale compresenza di mostruosità esistenziali e debolezze psicologiche, per la loro eterna e primordiale lotta interiore tra crudeltà e bontà.
L'amore e l'amicizia come utopia sono i veri temi del film, per come si delineano nei rapporti del protagonista, il piccolo spacciatore Frank interpretato da Kim Bodia, con gli altri personaggi del film. Il boss mafioso serbo Milo ripete “Frank, amico mio” come un mantra comicamente ossessivo di crudeltà neo-balcanica. L'amicizia quasi omosessuale con il complice Tonny (un Madds Mikkelesen all'inizio della carriera) finisce in barbarica violenza. La madre di Frank sembra un'aliena che incontri il figlio per la prima volta nella sua vita. E la relazione d'amore con la prostituta Vic si basa su promesse di fuga non mantenute e sulla reciproca solitudine. La dimensione tragica e fatalista dei personaggi sfocia spesso nel registro “basso”, in un tono da black-comedy nordica e disincantata, che ride e ironizza dei goffi tentativi dei personaggi di essere degni del loro mondo criminale. Una comicità cinica e cattiva intimamente correlata col loro destino mai abbastanza tragico per essere nobile, un'esistenza più da piccoli losers alla Kaurismaki che da grandi cattivi alla Robert Mitchum.

Pusher III – I am the Angel of Death

Denmark 2005, 104'
Regia, Sceneggiatura / Direction, Screenwriter: Nicolas Winding Refn
Produttore / Producer: Henrik Danstrup
Cast: Zlatko Buric, Ilyas Agac, Slavko Labovic, Marinela Dekic
Fotografia / Cinematography: Morten Søborg
Scenografia / Art Direction: Rasmus Tjellesen
Montaggio / Editor: Anne Østerud, Miriam Nørgaard
Musica / Music: Peter Peter
Produzione / Production Company: NWR Productions ApS


Milo è un boss macedone di mezza età alle prese con una delle giornate più difficili della sua vita. Oltre a lottare per liberarsi di una tossicodipendenza di cui è schiavo da lungo tempo, deve organizzare la festa di compleanno della figlia e fare i conti con l’ascesa di una nuova e agguerrita generazione di criminali pronti a prendere possesso del cartello della droga di Copenaghen.

“La struttura di Pusher III è più sperimentale di quella dei primi due episodi, ma tutti e tre i film condividono le stesse regole di base. Ogni film tratta di persone che vivono all’interno di un ambiente criminale e non viceversa, e ognuno è mostrato  rigorosamente attraverso gli occhi del protagonista. Ciascun episodio probabilmente riflette in qualche modo quella che era la mia condizione personale. Pusher è stato girato dieci anni prima, e il fatto che io adesso abbia una famiglia e dei bambini si  riflette nei personaggi di Pusher II e Pusher III. Ma cerco di tenere a mente che i film devono funzionare sia singolarmente sia in quanto parte di una serie”. (NWR)

Milo is a middle-aged boss from Macedonia who is having one of the most difficult days of his life. Besides struggling to free himself from a long-standing drug addiction, he has to organize his daughter’s birthday party and come to terms with the rise of a new and tough generation of criminals who are ready to take over Copenhagen’s drug cartel. “The structure of Pusher III is more experimental than the previous two, but all three films still share the same basic rules. Each film has to be about people in a criminal environment and not vice versa, and they are strictly shown from the main character’s point of view. Each film probably reflects where I am in my personal life one way or the other. It’s ten years since I made Pusher and the fact that I now have a family and children of my own is reflected in the characters of Pusher II and Pusher III. But I try to keep in mind that the films have to stand alone as well as being part of a series.” (NWR)

E ora, in Pusher III, il protagonista è proprio Milo, il signore della droga di Copenhagen. Sono passati gli anni. Il giovane boss serbo è invecchiato e ingrassato. E nell'arco di una sola notte, deve combattere contro la sua tossicodipendenza e contro le bande rivali turche e albanesi, mentre si sta svolgendo la festa di compleanno della figlia Milena.
L'ultimo capitolo della trilogia è anche il migliore, il più sperimentale, il più crudele, divertente e perfetto. L'unità di tempo e luogo, con la sua azione compatta e granitica, favorisce infatti la libertà creativa di Refn, che indaga di nuovo sul tema della paternità e dell'amicizia, questa volta modulata tra mafiosi serbi e albanesi, desolanti cucine dell'orrore e saloni abbelliti a festa con palloncini colorati e i ritratti dei criminali di guerra Karadzic e Arkan.
Nel gioco dei rimandi narrativi e dei personaggi ai film precedenti, si innesta un altro conflitto: la sopravvivenza. Milo deve sopravvivere alla sua dipendenza dalla droga; a un mondo di giovani gangs che vogliono prendere il suo posto; a una figlia che sta inevitabilmente crescendo mentre lui sta inesorabilmente invecchiando. Senza rinunciare al suo umorismo grottesco e surreale, fatto di gag su intossicazioni alimentari e contrattazioni padre-figlia sul prezzo della droga, Refn dipinge un magnetico King Lear balcanico assediato da un universo sempre più caotico al quale non riesce più ad appartenere. E quando una ragazza polacca sta per essere venduta come schiava del sesso, la memoria di essere un padre lo porta a reagire e a scatenare il bagno di sangue del finale. L'amicizia con il vecchio complice Radovan (che era in Pusher) gli salverà la vita; ma l'amicizia con lo spacciatore Kurt-il-Figa (quello di Pusher II) lo riporterà nel suo abisso personale.
Pusher III è parlato per i ¾ in serbo, albanese e macedone. I protagonisti non sono più danesi. Questo confusione è essenziale in un film che vuole parlare del caos. La babele linguistica e il mix etnico rappresentano il disordine di una vita non più governabile. La comicità è spietata, cattiva, brutale, disumana.
C'è una possibilità di ricomposizione? Sì, nella famiglia; ma senza illusioni. Padre e figlia possono e devono parlarsi, ma solo nel trasmettere a Milena il ruolo da gangster che le spetta per eredità (lo stesso ruolo che Tonny non riesce ad avere dal padre in Pusher II). L'ultima scena, emblematicamente, è all'alba. Ci mostra un mondo bianco, limpido e “pulito” dal sangue della notte. Ma non è un lieto fine: perché, nonostante la pulizia, lo sporco dell'umanità è ineliminabile.

Filmografia completa:
Pusher (1996); Bleeder (1999); Fear X (2003); Pusher II – With Blood on my Hands (2004); Pusher III – I am the Angel of Death (2005); Bronson (2009); Valhalla Rising (2009).

LA TRILOGIA è la sezione che più di tutte mantiene uno stretto  fil rouge con il tema del Festival.  Nicolas Winding Refn, nel suo esordio, ha “coraggio”. Il coraggio di una messa in scena della violenza senza ipocrisie, il coraggio di sforzarsi di essere fedele al suo sguardo e al suo pensiero. E ci riesce. 
“Come tutte le forme di arte, il cinema è un media potente come le armi di distruzione di massa; la differenza è che la guerra distrugge e il cinema ispira.” (Nicolas Winding Refn)



L'Enfant Sauvage Nicolas Winding Refn (1970, Copenhagen, Danimarca) esordisce con un vero e proprio cult movie: Pusher (1996). Un film che richiama il cinema noir americano e di genere, influenzato dallo stile dello Scorsese di Mean Streets e Taxi Driver (e dai romanzi di Hubert Selby Jr.), ma che si nutre delle atmosfere e dello sfondo di una cupa Copenaghen calibro 9, un infernale mondo popolato da prostitute e delinquenti calati una dimensione da feroce fumetto underground. Refn configura subito quello stile e quella poetica che ritroveremo, declinati nelle varie contaminazioni di genere, nei film successivi: il ritmo veloce e senza tempi morti; una messa in scena coraggiosa della violenza, ma senza controcanti nichilistici; un ritratto psicologico dei personaggi sempre preciso e accurato, un affresco di uomini e donne che non riescono a conciliare l’asprezza e la mediocrità della vita quotidiana con il loro bisogno di affetto, che sono come i  personaggi secondari e caricaturali di un pulp sotterraneo.
Pusher ha due sequel di altrettanto successo: Pusher II – With Blood on my Hands (2004) e Pusher III – I am the Angel of death (2005). Ogni pellicola è concentrata su un protagonista, mentre gli altri personaggi spuntano come per caso dalle puntate precedenti.

Pusher II – With Blood on My Hands

Denmark / United Kingdom 2004, 96’
Regia / Direction - Sceneggiatura / Screenplay: Nicolas Winding Refn
Produttore / Producer: Henrik Danstrup
Interpreti / Cast: Mads Mikkelsen, Jasper Salomonsen, Leif Sylvester
Fotografia / Cinematography: Morten Sǿborg
Scenografia / Art Director: Rasmus Tjellesen
Montaggio / Editor: Anne Ǿsterud, Janus Billeskov Jansen
Musica / Music: Peter Peter
Produzione / Producer Company: NWR Films


Dopo l’ennesima permanenza in carcere, Tonny torna in libertà deciso a mettere ordine nella sua vita. Vorrebbe riconquistare la stima del padre, uno dei più noti gangster di Copenaghen, ma nonostante gli sforzi, la sua situazione sembra complicarsi sempre più, fino all’incontro con la ex fidanzata che gli rivela di aver avuto un figlio da lui.

“Dopo aver completato Fear X, che è stato molto difficile da finanziare e realizzare, ho deciso di girare un piccolo film in Danimarca, qualcosa che fosse facile da scrivere, produrre e dirigere. Nello stesso periodo ho avuto il mio primo figlio e volevo restare vicino a casa, così ho deciso di girare Pusher II e Pusher III uno di seguito all’altro qui a Copenaghen. È stata la sfida più grande, dal momento che è sempre molto difficile dare un seguito a qualcosa che il pubblico conosce già. Ma io ripeto sempre: se segui il tuo istinto finirai per ottenere qualcosa di interessante, e sono molto soddisfatto del  risultato del film”. (NWR)

After another stay in prison, Tonny is set free, determined to bring order into his life. He wants to regain the esteem of his father, one of the most vicious gangsters in Copenhagen, but despite gis efforts, the situation gets more and more complicated, as he encounters his ex-girlfriend who tells him that she gave birth to a child, his son.“After completing Fear X, which was a very hard film to finance and make, I decided to make a small Danish film, something that would be easy for me to write, finance and direct. At the same time, I also had my first child and I wanted to stay close to home, so that’s why I decided to shoot Pusher II and Pusher IIIback to back here in Copenhagen. Personally, it was the biggest challenge for me, since it is always very difficult to follow up on something that the audience already knows. But I always say, if you trust your instincts you will end up with something interesting, and I am very pleased with how the film turned out.” (NWR)

 

Otto anni dopo, nel 2004, Refn è pieno di debiti e sta per diventare padre. Deve fare un paio di film di successo, ma senza abdicare al suo orgoglio di artista. Ed ecco che in poco tempo realizza i due spin-off Pusher II e Pusher III.
Pusher II è sicuramente un'opera più matura. Senza tradire nulla del suo magnifico esordio e del suo stile oramai inconfondibile, Refn riprende la situazione di partenza del primo film (le simmetrie narrative sono sottili ma precise), concentrandosi sul protagonista Tonny, che in Pusher era l'amico stupido e traditore di Frank.
La base è sempre un mix di underground criminale e basse forme di umanità, di crudeltà gangsteristica e surreale comicità. Solo che ora l'azione di Tonny ha un altro obiettivo: la riconciliazione col padre Smeden, uno dei più importanti boss danesi, che lo reputa uno stupido incapace.
Il tema della paternità e della maternità muove tutto il plot, in un intreccio di simmetriche triadi padre-madre-figlio. Tonny cerca di farsi amare da un padre crudele, che ha un altro figlio, e per il quale le donne sono solo strumenti di piacere e di natalità. Poi scopre di essere diventato padre, ma la partner è una tossicodipendente che si disinteressa del neonato e cerca solo di estorcergli denaro per la droga. La madre di Tonny, ex prostituta, muore senza che lui possa vederla. L'amicizia è regolata da schemi di utilitarismo; anche l'unico amico Kurt-il-Figa, alla fine, si dimostra essere un delinquente a metà, incapace di quella grandezza tragica che Tonny vorrebbe conquistare.
Il colore rosso domina cromaticamente il film, in un dosaggio preciso di luce e oscurità, di ambienti squallidamente realisti, di echi musicali carpenteriani.
Solo in apparenza Pusher II potrebbe sembrare una saga familiare alla Il Padrino: in effetti, mescolati all'ironia e alla comicità nera, i toni sono quelli della tragedia greca (e qui il riferimento è l'Orestea). L'odissea di Tonny, che chiede dal padre il Rispetto che ha tatuato sul cranio, ricevendone solo umiliazioni sempre più brucianti, porta a domande sempre più totali e assolute: come resuscitare da un'origine marcia e tirannica senza diventare ridicoli; come far coesistere se stessi con un'appartenenza biologica irreversibilmente deviata; come, insomma, cercare se stessi attraverso i propri genitori e la propria discendenza. Ma anche una risposta nel finale, una risposta senza certezze materiali ma con un poco di speranza che la maledizione della famiglia – quella famiglia negata – possa interrompersi.

 
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